venerdì 9 novembre 2018

Diario di Digiuno - Giorno 4 - La fine prematura del mio percorso dopo 96 ore senza cibo


9 novembre 2018 ore 14:09

Ebbene sì, purtroppo e, devo dire, a malincuore, dopo ben 96 ore in cui non ho toccato altro cibo se non l'acqua, sono costretto a interrompere questo mio viaggio-esperimento.

Non perchè senta fisicamente il bisogno di mangiare, anzi. Oggi per tutta la mattina non ho avuto fame una sola volta, e nemmeno voglie particolari come i giorni scorsi. Ieri sera sono stato tentato per l'ultima volta da dolcetti al cioccolato, e resistere per oltre due ore con il profumo sotto il naso è stata quasi una piccola tortura (niente che io non potessi affrontare).

Devo confessare che provo quasi, anzi, senza quasi, dispiacere a dover ricominciare a mangiare. Mi era stato detto che dopo aver scollinato il terzo o il quarto giorno, il Digiuno sarebbe diventato ancora più piacevole. E, ad onor del vero, devo dire che sono d'accordo. E questo è uno dei motivi per cui quando si sceglie di affrontare questo percorso è bene darsi una scadenza molto precisa.

Riportando i consigli che ho ricevuto nel corso delle mie ricerche, scegliere una scadenza precisa è funzionale per 2 motivi:

1. Disciplina; se inizi un percorso e poi molli alle prime difficoltà, questo non ti rende più forte, e tendenzialmente non serve. Qualunque processo di crescita ed evoluzione si fonda sul superamento delle difficoltà, non sulla ritirata al primo ostacolo. Personalmente, l'aver superato il quarto giorno, mi fa sentire in grado di affrontare ogni cosa, e sono sicuro di voler applicare d'ora in avanti questa filosofia di rinunciare a piaceri immediati disfunzionali rispetto allo stile di vita che ho deciso di avere, per ottenere qualcosa di più grande, per ottenere grandi risultati, realizzare i miei sogni, e vivere una vita familiare serena, pur con tutte le difficoltà del caso, trasmettendo a chiunque i miei valori.

2. Il secondo motivo per cui darsi una scadenza, è che la depurazione che il digiuno porta, a livello fisico, con l'eliminazione di tutte le tossine accumulate nel tempo, unito alla depurazione mentale da pensieri negativi, stress, unita alla maggiore lucidità mentale, alla sensazione di voglia di fare, di scrivere, di creare, studiare, apprendere, pensare, e a quella conseguente purificazione spirituale che l'introspezione porta con se, rende molto facile decidere di proseguire oltre. Questo si scontra, tuttavia, con i possibili problemi fisici che il digiuni può portare. La scienza insegna che un corpo umano, privato del nutrimento può sopravvivere, utilizzando le sue riserve, fino a un massimo di 25 giorni, dopodichè ogni giorno aggiuntivo di digiuno conduce inevitabilmente all'autodistruzione e a conseguenze facilmente immaginabili. In questo senso darsi un termine diventa assolutamente fondamentale.

Io stesso, oggi mi sento benissimo, non ho fame, non ho voglia di cibo, e potrei lavorare per ore instancabilmente. Tuttora, mentre scrivo non mi fermerei più. Non mi fermerei più di pensare, ragionare, leggere. E' una sensazione magnifica, e anche per questo mi dispiace di non poter arrivare al settimo giorno come avevo programmato in origine.

Anche ieri pomeriggio dopo la 72esima ora di digiuno, lavorando con Excel ho provato nel corso della giornata, fino a circa metà pomeriggio, un costante incremento della mia capacità di focus e concentrazione, salvo poi vederla diminuire dapprima lentamente e poi più velocemente appena tornato a casa.

Una cosa che consiglierei, per precauzione, almeno per affrontare in sicurezza i primi 3 giorni, soprattutto se lo si fa in periodo lavorativo, è quello di portare con sé delle fonti di zuccheri liberi, assimilabili velocemente dal corpo, in modo da evitare svenimenti, ecc. Io non ne ho avuto bisogno, i 5 litri d'acqua assunti giornalmente mi sono bastati e non ho mai avuto sensazoni che anticipavano uno svenimento o un crollo di qualche genere. E' stato parecchio difficile e anche doloroso l'appuntamento con i bisogni fisiologici intestinali nella notte tra il secondo e il terzo giorno. Ovviamente alimentandosi solo ad acqua non si si possono aspettare "risultati solidi", se non in piccola parte.

La cosa positiva del digiuno è che in questo periodo, sebbene fegato e reni siano sottoposti ad uno sforzo maggiore (il metabolismo dei grassi è infatti gestito dal fegato, e l'espulsione dell'acetone e degli altri prodotti di scarto), lo stomaco e l'intestino per un po' possono riposarsi. Ipotizzo, ma senza conoscenze scientifiche, quindi è una pura congettura, che questo sia uno dei motivi per cui apparentemente si ha la sensazione di avere più energia, almeno a livello mentale.

Non ci  si rende conto di quanto gli zuccheri, oltre un certo limite "droghino" il cervello finche non si prova a digiunare. Per mia fortuna, non ho provato i mal di testa lancinanti che alcuni dicono di provare durante il digiuno. Secondo me questo deriva dal fatto che ormai da un po' di tempo ho rimosso quasi completamente (salvo rare eccezioni) gli zuccheri liberi dalla mia dieta, che più in generale tende ad essere povera, o "giusta" di carboidrati. Probabilmente il mio cervello non ha sentito un grosso shock rispetto alla quantità di zuccheri che riceveva prima.

Ritengo che quanto più malsana sia la dieta che uno fa prima di digiunare, tanto più forte sia il mal di testa tra il secondo e il terzo giorno. Io l'ho visto come un indice del fatto che mi sto alimentando correttamente, anche se ogni tanto mi concedo qualche piccolo lusso.

In conclusione... credo che ripeterò almeno 2 volte l'anno, possibilmente in primavera e autunno, che sono tipicamente stagioni in cui la natura si rinnova, per rinnovarmi anche io, tramite questa pratica così bella e profonda che ti ricorda quali sono le cose che veramente contano nella vita, e ti insegna che se puoi rinunciare per qualche giorno ad un bisogno che è ritenuto fondamentale (e qui non intendo il normale e fisiologico nutrimento, ma intendo il mangiare male e oltremisura per il piacere della gola) allora puoi rinunciare anche a tutte quelle frivolezze che non portano alcun valore aggiunto alla tua vita e a quella di chi ti sta accanto.

Diario di Digiuno - Giorno 3 - 72 ore dall'ultimo pasto

8 novembre 2018 Ore 00:30

Il pomeriggio di oggi è proseguito senza particolari difficoltà. 

Ogni tanto, specialmente a ridosso degli orari in cui solitamente mangiavo, mi veniva voglia di cibo, ma non avevo sensazioni particolari di fame; si trattava di un vero e proprio desiderio di sentire il gusto del cibo in bocca. Spesso mentre lavoravo il mio cervello mi restituiva ricordi legati al gusto succoso di una mozzarella, o del gusto forte della maionese, oppure del gusto del filetto della fiorentina cucinata a cottura media. 

Tuttavia mi sono accorto che aprendo il frigo non provavo particolari sensazioni, a parte un certo leggerissimo languorino alla vista di verdure come i pomodori. Lo stesso vale per la vista della frutta sul cestino sopra il tavolo. In buona sostanza ho compreso (almeno questo è quello che per ora posso dedurre) che il mio cervello brama cibi che normalmente mi danno piaceri sensoriali, ma il mio fisico richiede, all'opposto, cibi naturali, prevalentemente vegetali. 

Confesso che è una cosa un po' strana, perchè è come sentire parlare due voci diverse che chiedono cose compleamente opposte. Questo mi fa riflettere su come, normalmente le persone (io per primo) non siano solitamente in grado di distinguere tra alimenti di cui hanno solo voglia, ed alimenti di cui il loro corpo ha realmente bisogno. In un certo senso questo digiuno mi sta insegnando ad essere più razionale sul modo in cui mi approccio al cibo. 

Spesso infatti, anche prima di iniziare questo percorso nuovo ho notato che l'avvicinarsi dell'ora di pranzo e cena diventava quasi un momento per evadere da attività (normalmente lavorative) che iniziavo a non sopportare più. Ecco allora che i pasti si prolungavano, magari durante gli stessi ne approfittavo per guardare qualche video su youtube o un episodio di qualche serie su Netflix. Ogni pasto, nei giorni per me più stressanti a livello emotivo, diventava quasi come un momento in cui "drogavo" i centri di piacere del mio cervello con tipi e quantità di cibo che non erano conformi, o erano in quantità eccessiva rispetto al reale fabbisogno del mio corpo.

E questo, se ci ripenso, è collegato anche con le abitudini alimentari malsane che mi hanno portato, dall'inizio del 2017 ai primi mesi del 2018 a mettere su la bellezza di 11Kg. 

Se avessi ascoltato prima il mio IO interiore, che in tutti i modi possibili ha tentato di dirmi che l'attività professionale che cercavo di portare avanti non era allineata con i miei valori, sogni ed aspirazioni, probabilmente non sarei caduto in questa trappola di costante ricerca di un "attimo di pace" - per dirla con il buon Ramazzotti - vuoi attraverso il cibo, vuoi attraverso la consumazione di esperienze videoludiche o di consumare passivamente film, serie tv, o video su Youtube che spengono il tuo pensiero e anestetizzano la tua coscienza. 

Non oso nemmeno calcolare la quantità di tempo che ho sprecato con queste "droghe", perchè di questo si trattava, altrimenti il risultato della somma probabilmente mi farebbe trasalire. Se immagino a come oggi potrei utilizzare in modo efficace e funzionale, o anche solo emotivamente piacevole quel tempo ormai perduto, mi rendo conto delle occasioni che ho perso per vivere una vita veramente piena come quella che sto vivendo ora. 

Questo mi porta a riflettere su un concetto di droga che va oltre i normali stupefacenti di cui parla la TV. Droga è tutto ciò che spegne la tua capacità di ascoltare la voce di Dio, inteso non come l'entità fantastica che ti insegnano a catechismo, ma come la voce del tuo spirito più profondo. Credo infatti, che ognuno di noi sia Dio, nel profondo, ma questo Dio spesso rimane chiuso in una scatola, senza possibilità di esprimersi all'esterno di questo involucro effimero che è il nostro corpo. E difatti, vedo spesso attorno a me sempre più PERSONE, nell'accezione etmologica del termine (dall'etrusco phersu e dal greco prosopon, che significa "maschera dell'attore") e sempre meno "esseri umani", nell'accezione più profonda di individui nati per essere divini, ma che con il tempo, a causa della superficialità e di un utilizzo malsano della materialità presente nel nostro tempo, perdono questa capacità di essere Dio, e di mettere in azione questo potere divino, nel materializzare nel mondo beni, servizi, idee, pensieri, linguaggi, nuove forme di rappresentazione della realtà o del futuro, che vadano a beneficio della collettività e di sé stessi.

Non condanno la materialità di per sé, ma abbraccio la filosofia di Pietro Nenni, quando disse "Le idee camminano sulle gambe degli uomini". Molti condannano gli strumenti, i social network, i nuovi device di cui tutti oggi disponiamo, i media contemporanei, per i valori malsani che tutti questi strumenti oggi trasmettono. Io ritengo che non sia lo strumento da condannare a priori. La materialità non può essere il problema. Il problema è l'utilizzo che tu fai di ciò che è materiale e vive nel mondo delle cose e della concretezza. Nel momento in cui usi il mondo delle cose come strumento per declinare e sintetizzare idee nuove, facendo qualcosa che migliori la vita degli altri individui e lasci il mondo come un posto migliore di come lo hai trovato, ecco che in quel momento diventi Dio, e utilizzi quel potere della creazione che ci viene donato dalla nascita, e che col tempo la maggior parte di noi dimentica di avere.

In questo senso dovrebbe essere interpretato il concetto per il quale siamo fatti ad immagine e somiglianza di Dio. 

Quindi nel momento in cui ho usato gli stumenti a disposizione per consumare passivamente esperienze videoludiche, oppure ho utilizzato il cibo in modo non consono, solo per anestetizzare una sofferenza interiore che provavo, non ho fatto altro che tenere questa sofferenza all'interno, invece che utilizzare il tempo, risorsa limitata, fondamentale e irreplicabile, per fare vera innovazione nella mia vita, in pieno allineamento con i miei valori.

Voglio mettere da subito questa riflessione in azione, eliminando definitivamente dal mio cellulare tutte le applicazioni che sono disfunzionali rispetto all'utilizzo produttivo del mio tempo, e decidendo di dedicare al massimo il tempo di 1 episodio o un film al giorno per l'app di Netflix, e solo nei momenti in cui l'utilizzo dell'app viene dopo aver realizzato ciò che mi ero proposto a inizio giornata. Godere dell'arte realizzata da un film o da una serie TV deve essere un'esperienza vissuta attivamente, in un momento di relax quasi fosse un premio per aver ottenuto un risultato durante il giorno.

Cambiando argomento, questa sera sono stato con la mia fidanzata, serata semplice a guardare la tv, ma piacevole e carica di dolcezza come sempre. Credo uno dei pochi momenti di vera serenità e pace di tutta questa settimana di corsa. Appena arrivato a casa sua, un odore di pizza ha subito fatto risvegliare i centri del piacere del mio cervello.. dall'altra parte il mio stomaco manco ci pensava.

Ho fatto un po' fatica a contrastare la tentazione a dire sì di fronte alle domande: "vuoi qualcosa?" o "Vuoi un pezzo di pizza?" ma sono stato assolutamente ligio al "dovere", e non ho ceduto alla tentazione. Questi momenti credo siano veramente formativi dal punto di vista della disciplina, e dell'abnegazione, e credo sin da bambini dovremmo essere abituati, a vari livelli a rinunciare a qualcosa per avere qualcosa di più grande o più speciale dopo. 

Banalmente, se non avessi rinunciato alle mie ex, non avrei potuto lasciare spazio all'Angelo che attualmente mi accompagna nel mio percorso di vita. e questo è solo uno dei tanti esempi che conferma come la perdita, o la rinuncia rappresentino spesso, senza che ce ne accorgiamo, una benedizione sotto mentite spoglie. 

Come di consueto, con il mio Amore non ho segreti, e anche se è stato difficile, ho condiviso con lei la scelta che ho fatto, di approcciarmi alla pratica del digiuno. La cosa che mi ha colpito positivamente è che la sua unica "obiezione", se così la si può chiamare, riguardava i rischi per la mia salute, e la possibilità di non stare bene durante la guida o mentre mi trovavo da solo. Il che ovviamente mi ha fatto grandissimo piacere; è sempre bello sentire che qualcuno si preoccupa per te, e ti fa sentire importante. Ma non è questo il motivo per cui sono rimasto colpito: la cosa straordinaria, che conferma per l'ennesima volta che siamo due anime affini, è che non una SOLA parola di giudizio nei miei confronti è uscita dalla sua bocca. Non un commento o una domanda sul perché, non un'affermazione del tipo "tu non sei normale", "non ti capisco", "perchè fai queste cose"... al contrario, nonostante probabilmente qualche dubbio sia emerso nella sua mente (credo sia normale per una persona che sente il suo partner raccontargli che non mangia da oltre 24 ore, sentirsi un po' spaesata e farsi delle domande), non me lo ha fatto percepire, e anzi, ho percepito una sorta di fiducia, pur con le dovute preoccupazioni che ha espresso, sul fatto che fossi coscente e motivato di quello che stavo facendo. Per me questo è stato un ulteriore slancio in avanti nel nostro rapporto, e sapere che Lei mi sta vicino e condivide con me aspetti così profondi della mia vita, anche se difficili da comprendere per la "mente umana media", mi rende l'essere umano più felice dell'universo.

8 novembre 2018 Ore 20:00

Questa notte ho dormito meglio delle notti precedenti. 

Mi sono svegliato un po' frastornato, forse a causa dell'appuntamento con bisogni fisiologici che sono sopraggiunti nel cuore della notte e che al momento mi hanno causato un bel po' di sofferenza. Sapevo che tra il secondo ed il terzo giorno sarebbe giunto anche quel momento e fortunatamente mi trovavo comodamente a casa. 

Ho notato che sogno molto di più del solito, anche se tutt'ora non ricordo i sogni che faccio. Quindi effettivamente l'impressione è che l'attività onirica notturna cresca gradualmente con il prolungarsi dei giorni di digiuno.

Non sono riuscito ad alzarmi presto, all'ora che avevo settato nella sveglia, ma credo sia normale, perché, fatalità ha voluto, nei giorni precedenti non ho avuto UNA sola sera in cui starmene comodamente a casa a riposarmi, leggere un libro o semplicemente andare a letto presto. 

E' una cosa che tutt'ora mi crea un certo fastidio, perché speravo che questi giorni di digiuno, che si stanno rivelando positivi sullo sviluppo di un certo grado di autodisciplina, "antifragilità" (Cit. Nassim Thaleb), resilienza e anche sotto il profilo della lucidità mentale che sento aumentare esponenzialmente di giorno in giorno, mi dessero il tempo per un po' di solitudine, introspezione, o semplicemente per dedicarmi ad attività che da un po' non faccio.

Penso ad esempio al disegno, o anche solo al mettermi li a colorare un album, o ad ascoltare musica classica (a proposito, in questi giorni, ho spesso avuto voglia di ascoltare musica classica, pur non avendone avuto la possibilità). 

Guidando in auto, contrariamente a quello che pensavo, ho continuato a sperimentare una grandissima concentrazione e quella sorta di incremento della lucidità della vista, soprattutto nelle ore buie, che già avevo sperimentato nei giorni scorsi. Durante il giorno, invece, tendevo a rifuggire le zone di luce eccessiva, e per mia sfortuna, ho dovuto lavorare in una stanza baciata da un intenso e limpido sole. Anche l'ipersensibilità degli occhi alla luce è una costante che ho sperimentato ogni giorno.

Fortunatamente questo periodo dell'anno il sole se ne va abbastanza in fretta, e con esso, devo dire, nel corso della giornata se ne va progressivamente anche la mia energia. Non mi sento stanco la sera, semplicemente dopo una giornata di stimoli, ho bisogno di far riposare la mente nel silenzio, non vedere persone, non ascoltare nessuno, non rispondere ai messaggi sul cellulare e starmene semplicemente per cazzi miei, anche solo per coricarmi sul letto a guardare il soffitto e pensare. 

Sono impegnato anche questa sera, e anche se obiettivamente non ne ho voglia, lo scopo per cui esco, vale tutto l'oro del mondo. 

mercoledì 7 novembre 2018

Diario di Digiuno - Giorno 2 - Quasi 48 ore trascorse dall'ultimo pasto

7 novembre 2018.

Ore 12:13. Siamo a circa 46 ore trascorse dall'ultima volta che ho inserito un boccone solido nello stomaco.

Tra poco uscirò per comprare delle casse d'acqua, preferibilmente da 2 litri, dato che ieri in una giornata ne ho bevuti all'incirca 5 litri. Devo ammettere che mi sarei aspettato una maggiore stanchezza mentale, sia ieri che oggi, ma in realtà ieri sono riuscito a stare abbastanza concentrato sul lavoro, anche se ho sbadigliato molto e sentivo il peso del sonno, in particolare nel pomeriggio.

Una cosa interessante che non ho menzionato nel post precedente è stata la sensazione che avevo durante la guida mentre tornavo a casa in auto. Mi ha colpito particolarmente, essendo io molto miope, il fatto che riuscissi a vedere contorni, luci e scritte sui cartelli con una nitidezza che solitamente anche portando le lenti a contatto non riscontro. Cosa ancora più evidente dato che oltre agli effetti del digiuno, sentivo anche la stanchezza per le poche ore di sonno. Normalmente la stanchezza mi fa perdere un po' di vista, come credo succeda a tutti. Ieri sera non si è verificato.

Stanotte ho dormito, non benissimo ma diverse ore in più rispetto alla notte precedente. Avrei potuto alzarmi tranquillamente alle 5:30, quando è suonata la sveglia, ma sono rimasto a letto 2 ore aggiuntive, perchè nel corso della notte è sopraggiunto un mal di testa un po' fastidioso.

Ho avuto un sonno credo molto pesante, senza sogni, fino a quando non è suonata la sveglia. Poi nelle due ore successive c'è stata anche dell'attività onirica, ma non ricordo molto dei sogni che ho fatto. Utilizzo un'applicazione per la misurazione delle fasi del sonno, e  ho notato che questa notte non c'è stata la solita alternanza di fasi di veglia, sonno profondo e fase rem, che fisiologicamente dovrebbero verificarsi, con ampiezza e durata variabile.

Devo dire che è strano saltare la colazione al mattino, e con il leggero ma fastidioso mal di testa iniziale delle prime due ore di attività, stamattina per un momento mi sono sentito un po' spaesato. Ho cercato di mettermi subito a fare qualcosa, e a programmare la giornata, in modo da riattivare il cervello, e dopo aver sistemato un po' la casa ho iniziato a sentirmi meglio. Ora sono le 12:28 e posso dire con certezza che il mal di testa se ne è quasi completamente andato anche se permane una sensazione di pesantezza alla base del cranio, ma nulla di fastidioso.

Ho notato che l'alito tende ad avere un odore leggermente acidulo, il che probabilmente conferma che il processo di chetosi è già iniziato. Difatti, secondo le informazioni che ho trovato nelle mie ricerche, uno dei prodotti di scarto della trasformazione dei grassi è l'Acetone, che viene espulso anche attraverso la respirazione. Motivo per cui dovrò lavare spesso i denti e usare il colluttorio molto più del solito.

Facendo attività ordinarie che non richiedono sforzo non noto molta differenza rispetto al solito, ma nel momento in cui i miei muscoli vengono messi un po' alla prova, ad esempio mettendo una valigia vuota dentro a un armadio nella parte alta, la debolezza si fa sentire.

Mi da parecchio fastidio la luce. E' una cosa che ho notato da subito, e parlo sia della luce naturale, sia della luce degli schermi (primo fra tutti il cellulare). Questa mattina ho ascoltato un podcast di un minuto e mezzo circa de "Il Buongiorno di Londra" di Raffaele Tovazzi (Tra l'altro vi invito ad ascoltarlo, su Spreaker a questo indirizzo, oppure a cercarlo su Itunes), ma dopo che sono partiti a ruota anche le puntate precedenti, dopo circa 5 minuti ho dovuto spegnere perchè mi davano fastidio anche i suoni. La cosa bella è stata che nel silenzio ho cominciato a pensare, e avevo come l'impressione di essere in compagnia con me stesso, ho provato una sorta di senso di connessione con una qualche parte di me.

Un'altra cosa che ho provato questa mattina e che provo tutt'ora, è una gran voglia di studiare. Qualsiasi cosa, non importa l'argomento, ma ho voglia di leggere, soprattutto libri, carta stampata, e sentirne il profumo.

La testa pulsa leggermente ma non fa male, e ho l'impressione che l'attività cerebrale stia aumentando. Mi sento più attivo rispetto a ieri, anche se leggermente meno attivo rispetto ai giorni precedenti in cui mangiavo regolarmente.

Lo stomaco brontola un po', ma a differenza di ieri pomeriggio in cui spesso mi venivano in mente immagini, profumi e gusti di cibi conosciuti e che amo particolarmente (principalmente lasagne alla bolognese, pasta al ragù e formaggi) oggi non ho particolari voglie. Soltanto prima, passando per la cucina, il mio naso ha percepito con chiarezza il profumo delle banane che sono sul cesto sopra al tavolo. Mi è sembrato come se il mio senso dell'olfatto si fosse acuito, perché ho avuto l'impressione che tutta l'aria respirabile in cucina profumasse di banana, anche se ero appena affacciato all'uscio.

Ora mi preparo per uscire a comprare i rifornimenti d'acqua necessari, e poi ritorno a lavorare ai miei progetti, in attesa di vedere come si evolveranno le prossime 24 ore.

Diario di Digiuno - Giorno 1 - ventiquattresima ora dall'ultimo pasto

6 Novembre 2018.

Eccomi qua, di nuovo tra queste pagine.

Cronache di un percorso. Pagine che, da quando ho ripreso a sfogliare e rileggere e in cui sono tornato a meditare sui perché ed i per come del mondo e di me stesso, non ho più dimenticato.

In questi 2 mesetti di "astensione forzata" dalla scrittura, dovuti principalmente al dover gestire la coda lunga di attività lavorative legate alla "chiusura" del mio Studio professionale (magari ne parlerò in uno dei miei prossimi post), e anche ad un po' di quella sana pigrizia che fa parte di me, non ho mai perso la voglia di scrivere, come facevo una volta, mettendo nero su bianco le mie emozioni, i miei desideri, i miei sogni e le mie aspirazioni.

Il giorno favorevole alla ripresa di questa buona, vecchia abitudine è arrivato oggi, in concomitanza con l'inizio di un mio personalissimo esperimento, che spero sia il primo di molti altri, e che vorrei in futuro continuasse, con regolarità, in conformità ai feedback che il mio corpo ed il mio spirito mi restituiranno dopo questa esperienza nuova.

Vorrei che questo esperimento diventasse un piccolo viaggio nel viaggio più grande che è la mia vita, nell'accezione che le ho attribuito quando oltre 5 anni fa decisi di iniziare questo blog. Un blog che è nato per caso, ispirato da un amore intriso tanto di potenza e carica emotiva, quanto di frustrazione e smarrimento, bruscamente interrotto sul nascere. Una di quelle fiammate improvvise, potenti, l'esplosione dell'ordigno della conquista, che dopo mesi di impegno e investimenti nel coltivare una relazione per via epistolare, ti restituisce l'opportunità di successo che andavi cercando.

"Tutto comincia con una interruzione", scrissi nel titolo del mio primo post su questi schermi, e quella fu la mia "interruzione", violenta, dolorosa come la falce arroventata del tristo mietitore che penetra nel tuo petto, taglia e brucia, taglia e brucia.

Fu come l'esplosione di una supernova che inghiotte tutti i pianeti nel proprio sistema, e prepara il terreno per la nascita di un nuovo microcosmo, di nuova vita, spargendo le polveri cosmiche della distruzione, e al contempo della creazione, nello spazio circostante.

Quel momento ha segnato l'inizio della mia ribellione interiore, ad un lavoro che non mi andava, un capo che non mi valorizzava, agli schemi e ai rituali della società, a tutto quello che per me rappresentava un ostacolo alla mia crescita, affermazione nel mondo e realizzazione personale, spirituale e professionale.

Quel giorno, senza rendermene conto, la vita mi aveva appena dato una delle più grandi lezioni e, come è solita fare, ti insegna le sue massime di saggezza a suono di bastonate sulle palle con un bel bastone fiammante. Quel giorno, ho imparato che da un trauma può nascere una rivoluzione. Dalla perdita, possono scaturire nuove ricchezze, emotive, personali, sociali, professionali, economiche.

Il giorno in cui quella breve ed intensa storia si è interrotta, trascinando in un baratro il mio ego, il mio orgoglio, le mie speranze e quella sensazione di quieta beatitudine che mi pervadeva, quel trauma ha innescato un ciclo di rinascita e rinnovamento. E' come se una parte del Christian che sono oggi sia nata quel giorno. Da quel brusco distacco è nato questo blog, poi ne è scaturita l'iscrizione ad un corso universitario specialistico in Amministrazione, Finanza e Controllo, numerose prese di posizione e numerosi scontri con il mio Dominus (colui che avrebbe dovuto farmi da maestro, da mentore per condurmi nel sentiero della pratica per diventare un Dottore Commercialista), riguardo a ciò che non funzionava, nel rapporto con me, coi clienti, nella qualità dei servizi che erogavamo.

Oggi riflettevo su questo, su quello che accade quando qualcosa viene tolto dalla tua vita, per tua scelta o per scelta altrui, o per cause comunque esterne, e non ho potuto fare a meno di ripensare a come ho reagito ogni volta che ho perso qualcosa, anche la più piccola, in questi anni. E se c'è una costante che ho notato, è che ogni volta che qualcosa si perdeva, questo innescava in me una piccola rivoluzione, nel mio modo di pensare e di agire. Ed ognuna di queste piccole rivoluzioni mi ha condotto a crescere, apprendere nuove conoscenze, sperimentare nuove attività.

Mi piace pensare che anche questo digiuno, privando il mio corpo del nutrimento quotidiano che spesso gli esseri umani danno per scontato nella società odierna, inneschi una rivoluzione, un cambiamento, mi renda fisicamente e caratterialmente più forte, ed in grado di affrontare questa continua battaglia che è la vita. Togliere qualcosa, per dare spazio a qualcosa di più grande.

Ricordo che all'epoca in cui decisi di iscrivermi nuovamente all'università, avevo delle amicizie che al momento erano disfunzionali rispetto alla mia necessità di trovare il mio tempo ed il mio ritmo per studiare e completare il percorso accademico. Dopo un iniziale periodo logorante, decisi di tagliare quei rapporti. Questo ha fatto si che riuscissi a dormire meglio, recuperare tempo prezioso da dedicare allo studio, e a posteriori posso dire che la cosa mi ha ripagato positivamente.

Se è vero, che rimuovere qualcosa lascia spazio per qualcosa di più grande, sacro, utile, è anche vero che è tramite la rimozione del superfluo che emerge la preziosità di ciò che conta davvero. Un po' come fanno i cercatori d'oro quando scendono al torrente, e un poco alla volta setacciano la terra. Mano a mano che quei piccoli sassolini vengono rimossi, emergono sempre di più le piccole pepite.

L'anno scorso gestivo alcuni aspetti della mia attività professionale in modo improduttivo. Lo spreco di tempo su cose non essenziali mi portava spesso a dover sacrificare i weekend rimanendo in ufficio, per riportarmi a pari. Nel momento in cui ho iniziato a ridurre le attività non essenziali che bruciavano il mio tempo, a quel punto anche lavorare nel weekend non è più stato necessario. Divenuto a sua volta inutile ed improduttivo lavorare il weekend ho eliminato anche questo, liberando la domenica per coltivare il rapporto con la mia fidanzata, migliorandolo, e rendendo più speciali i momenti trascorsi insieme.

Credo, anche se questo mio percorso di 7 giorni è appena all'inizio, che affrontare un viaggio duro, e a tratti doloroso come il digiuno, alla fine ti porti alla conclusione che se ti puoi privare per un periodo non così breve come si può pensare di un qualcosa ritenuto essenziale per la vita stessa dalla maggior parte delle persone, allora puoi eliminare senza remore tutto quello che nella tua vita in realtà così essenziale non è.

Come mi sento? Innanzitutto devo dire che stanotte non ho dormito benissimo, ho fatto molta fatica ad addormentarmi. Sono circa 24 ore che non mangio (sto scrivendo alle 14:30 di martedì 6 novembre), e mi sento leggermente stanco. Non so se ciò sia dovuto solo al digiuno o anche al sonno difficile di questa notte. Sento la testa (la parte cervicale del collo, e un po' anche le tempie) pulsare leggermente, ma non ho mal di testa. Dalle ricerche che ho fatto, e dall'esperienza indiretta di un mio conoscente, in teoria il mal di testa dovrebbe sopraggiungere tra il secondo ed il terzo giorno, quindi tra la venticinquesima e la settantaduesima ora. Mano a mano che il corpo, dopo aver consumato per le prime 24 ore tutti gli zuccheri accumulati, inizia dapprima il processo di gluconeogenesi con il quale ricostruisce nuovi zuccheri a partire da pezzi sparsi, e successivamente la distruzione dei lipidi (grassi) a scopo energetico (questo processo si definisce chetosi), il cervello inizia a ricevere molecole derivate dalla distruzione dei grassi, che utilizza per continuare a funzionare regolarmente.

Una cosa interessante che ho notato da subito: uscendo in terrazzo ho sentito l'odore del cibo del ristorante cinese di sotto, e stranamente, non mi ha fatto venire fame o voglia di mangiare. Stamattina invece, ho avuto un leggero senso di fame, a tratti, prontamente spento bevendo acqua, e gli unici momenti in cui sono stato tentato dal cibo sono stati quando una collega ha sbucciato una banana e un'altra ha sgranocchiato dei crostini. Probabilmente a causa della brama di carboidrati che il mio corpo non sente più arrivare con l'alimentazione.

Aggiornamento delle ore 22:00

Il pomeriggio è trascorso abbastanza serenamente, verso sera ho iniziato a sentire una sensazione di sonno, ma credo che oltre alla stanchezza fisiologica dovuta al digiuno anche le poche ore di sonno abbiano influito. Sono rientrato a casa alle 19, e dopo essermi seduto su una poltrona, mi sono subito addormentato. Verso le 20 mi sono svegliato un po' di soprassalto. Guardata l'ora ho cercato di riprendermi in fretta, dato che avevo un appuntamento con una persona. rientrato a casa verso le 22 mi sono preparato per andare a letto e mi sono coricato.

lunedì 10 settembre 2018

Cosa desidero dalla vita e qual'è l'eredità che voglio lasciare al mondo


Arriva il momento, nella vita di un essere umano, in cui colui che non è anestetizzato dalle distrazioni e dalla mediocrità del nostro tempo sente il bisogno di chiedersi quale è il suo scopo nel mondo.

Qual è il servizio che voglio rendere al mondo? In che modo voglio sfruttare i miei talenti per servire uno scopo a me superiore? Quale è il prezzo che sono disposto a pagare per il raggiungimento di questo scopo? cosa voglio in cambio dalla vita?

Queste e molte altre sono le domande alle quali ultimamente sto cercando una risposta. Da un po' di tempo ormai ho ricominciato a pensare. Da quando ho riscoperto me stesso all'interno delle pagine di questo piccolo diario personale la mia mente si è liberata definitivamente dalle catene delle illusioni che mi tenevano imprigionato. E' stato come risvegliarsi da un sonno profondo, un po' come quando Neo viene disconnesso da Matrix per la prima volta e vede la verità. O come quando, nella serie Agents of Shield [Spoiler alert!] i protagonisti, imprigionati all'interno di una realtà virtuale in cui l'Hydra governa il mondo, iniziano a rendersi conto che le loro esistenze sono solamente equazioni e programmi guidati da un robot.

Già da parecchio tempo navigavo nelle acque oscure dell'insoddisfazione, chiedendomi se il mio destino fosse quello di rimanere relegato in una gabbia di cemento, circondato da cellulosa e toner, con uno schermo come unica finestra sulla mia stessa realtà, compiendo gesti routinari quasi come un automa, senza uno scopo, una precisa direzione, lasciando che fossero agenti esterni a dettare i tempi, le scadenze, gli obblighi, fornendo servizi che i miei clienti non richiedono spontaneamente e che a loro non portano valore, ma sono semplicemente imposti da questo governo.

Per cinque lunghi anni anche questo blog ha risentito del mio progressivo allontanamento, e io, che come un marinaio navigavo, con una bussola rotta e senza una meta, mi sono trovato presto nella nebbia, abbandonando il mio destino a correnti di cui non conoscevo forza e direzione.

Poi i primi spiragli di luce. Un libro, un video, un corso di formazione, idee nuove e controintuitive si sono fatte strada nella mente, alimentando il pensiero che forse poteva esserci qualcosa di diverso. forse potevo ritornare a governare la mia nave, dirigendola verso un porto preciso. In quel momento vecchi ideali, a cui avevo smesso di credere, si sono fatti nuovamente strada tra i miei pensieri. Dopotutto c'è ancora una possibilità di cambiare qualcosa nell'economia di questo paese, e io posso essere parte di questo cambiamento.

Nonostante io avessi investito anni della mia vita nell'apprendere la tecnica professionale, studiando le leggi fiscali, formandomi, facendo pratica in studi commerciali, e nonostante avessi acquisito anche una certa abilità nel fornire servizi di consulenza fiscale, non riuscivo a esprimermi al meglio, sentivo che non stavo dando il mio solito 100%. Mancava qualcosa, e questo si rifletteva nella qualità dell'output dei servizi che fornivo. Nonostante i miei clienti fossero comunque contenti del mio operato, sentivo che non stavo dando loro qualcosa di standard elevato, adatto al modo in cui a me piace lavorare.

Ho il difetto (o il pregio, non lo so) di puntare all'eccellenza, e di richiedere a me stesso di rispettare standard di servizio estremamente elevati, tanto nel lavoro quanto nei rapporti personali e nella vita di tutti i giorni. Questo a volte è un limite, perché l'eccessivo perfezionismo a volte rallenta le decisioni e l'operatività. Ma l'eccellenza è un faro, un punto di riferimento per me.

Forse proprio per questo ad un certo punto mi sono ricordato che fare il consulente fiscale chiuso in una stanza, occupandomi solo di adempimenti imposti ai clienti dal Fisco italiano non è mai stato il mio vero sogno. Fin da quando ero alle superiori ho sempre visto la professione del Dottore Commercialista come una delle più alte espressioni della capacità dell'uomo di aiutare gli eroi contemporanei (che a mio modo di vedere sono gli imprenditori) a dirigere le loro aziende verso il futuro. Ricordo, quando studiavo economia aziendale e mi occupavo di analisi di bilancio, delle tecniche di misurazione dei costi e di molte altre tecniche di indagine relative all'andamento della gestione di un'azienda, l'estrema passione che cresceva in me pensando a quello che avrei potuto compiere grazie alla padronanza di quelle tecniche.

Avrei potuto essere io stesso un imprenditore, un eroe contemporaneo, e avrei potuto aiutare altri come me a eccellere nella gestione della loro azienda... Ma, e questo lo dico a malincuore, ho dovuto presto ricredermi sulla considerazione che avevo della professione dei Dottori Commercialisti. Inseritomi nel mondo del lavoro  ho dovuto presto comprendere che quella che credevo essere una Elite di illuminati e rinomati consulenti era invece (per la maggior parte, si intende, dato che conosco personalmente Commercialisti veramente Illuminati) un manipolo di topi da ufficio scuri e imbruttiti vittime di adempimenti e scadenze imposti dal Governo, e della poca considerazione dei loro clienti, che spesso danno per scontato (e dal loro punto di vista di non conoscitori della professione avrebbero teoricamente ragione) il tempo che dedichi alle attività quotidiane, e ti pagano di conseguenza dopo tutti gli altri fornitori che "secondo loro" hanno la priorità perché offrono beni o servizi più essenziali.

Questa visione è parecchio lontana dalla figura mitologica che nella mia concezione della Professione doveva essere una sorta di Mago Merlino che faceva da consigliere ai Re Artù contemporanei che sono gli imprenditori, analizzando dati e rielaborandoli, ed utilizzando il pensiero per interpretare i cambiamenti in atto nel mercato, e nell'evoluzione delle aziende per aiutarle a navigare verso il futuro.

Questa piena consapevolezza però non è giunta come una illuminazione. E' stata frutto innanzitutto di un mio personale rifiuto di una realtà che mi stava consumando da dentro, e mi stava trasformando in un'ombra di me stesso. Successivamente questo rifiuto è stato alimentato dall'ispirazione che imprenditori, formatori e consulenti di successo come Frank Merenda e Piernicola De Maria hanno infuso in me. Loro rappresentavano l'ideale di quello che io ho sempre voluto diventare, fin dalla mia adolescenza. Ciò che ha finalmente completato il quadro è stato conoscere Raffaele Tovazzi, ed il suo (anzi, ormai Nostro) movimento Filosofia Esecutiva, di cui sono un orgoglioso sostenitore, che ha contribuito a plasmare definitivamente la mia visione.

Quello che oggi desidero, con tutto me stesso è essere sì un Dottore Commercialista, ma nella forma in cui ho sempre creduto che il Dottore Commercialista dovesse essere. Voglio essere un Illuminato Filosofo Esecutivo nella mia professione, un consulente d'Elite che con il suo talento di saper leggere e interpretare i numeri (che sono da sempre la mia passione) come farebbe un cartomante con i Tarocchi, diventa il Mago Merlino che trova gli imprenditori che vogliono costruire un regno di prosperità per loro e per gli altri, e li aiuta a estrarre le loro spade dalla roccia.

Questa è l'eredità che voglio lasciare al mondo. Contribuire a riformare e riposizionare anche a livello di Marketing, una categoria di Professionisti che dovrebbero essere la massima espressione di quello che il talento di un economista può diventare. I tempi sono maturi, ormai la digitalizzazione sta facendo sì che le attività che prima erano fatte manualmente dai commercialisti vengano gestite in automatico da dei software. Quindi il ruolo dei Dottori Commercialisti si avvicinerà inevitabilmente a quello che ho descritto.

La seconda eredità che voglio lasciare a questo mondo è contribuire a cambiare la forma mentis dei nostri imprenditori, per far sì che abbandonino questa dannosa tendenza a mettere la paura del fisco davanti a tutto, e inizino a preoccuparsi di far prosperare le loro aziende e generare ricchezza con il loro lavoro, e non cercando di eludere la normativa fiscale, pretendendo aiuti esterni.

Cosa desidero in cambio? ce l'ho ben chiaro, e quello che farò in questo momento, sarà scriverlo in un foglio di carta e chiuderlo in una busta che riaprirò soltanto quando sentirò che è il momento di passare il testimone, sperando che per allora, i miei risultati siano pari o superiori alle aspettative che ho oggi.

Quale è il prezzo che sono disposto a pagare per realizzare la mia visione e ottenere quello che mi spetta dalla vita? Il mio personale sacrificio, la mia dedizione anima e corpo alla causa, la rinuncia a tutto quello che non è funzionale al raggiungimento dello scopo. La rinuncia a compagnie nocive che mi fanno perdere tempo e consumano le mie energie. La rinuncia alla banalità e alle frivolezze dei social network. La rinuncia a svaghi legati all'utilizzo della tecnologia, e la dedizione a svaghi che coinvolgano la riscoperta delle emozioni autentiche, dello stare in compagnia con persone che mi ispirano, che mi arricchiscono, o l'emozione autentica che possono dare la musica e l'arte in tutte le sue forme. L'attività un Mago, non può essere portata avanti se la sua mente alberga in un corpo che non è sano. Pertanto un altro prezzo che sono disposto a pagare è quello di dedicare una parte della mia giornata alla cura della mia salute ed all'allenamento, e a seguire un'alimentazione bilanciata che aiuti la mia mente ad essere pronta per ricevere nuovi stimoli e nuova conoscenza.

Questo blog è nato per segnare il percorso che la mia vita prende, con tutte le sue curve, gli incidenti, le fermate, le persone che incontro nel cammino. Per troppo tempo sono rimasto fuori strada. Ora è tempo di riprendere, salire in sella a questa moto, e accelerare verso il mio destino. Sono pronto a ricominciare.

venerdì 6 luglio 2018

Ex-movere. Noi, e la Genesi delle emozioni

Ieri ho avuto una conferma, l'ennesima, di quanto sia importante esplicitare le proprie emozioni.

Attenzione, ho detto esplicitare, non condividere. Si tratta di una sfumatura non banale, perché non è detto che condividere con un'altra persona le proprie emozioni più profonde sia sempre costruttivo. Ci sono cose che dovresti tenere per te. Ci sono aspetti del sé autentico che abbiamo dentro che dovrebbero rimanere "segreti", e non parlo di aspetti negativi del nostro carattere che vogliamo nascondere per fare bella figura con gli altri.

Non si tratta del rapporto con il giudizio delle persone che ci circondano. Ricordando quanto detto nel post di ieri circa la nostra incapacità di vedere la realtà per quello che è, a causa del fatto che la realtà stessa viene "filtrata" attraverso la lente della nostra interiorità, è chiaro come un'emozione da noi condivisa con un altro verrà vista, sentita, percepita attraverso il filtro, la "mappa del mondo" dell'altra persona. Dunque, a meno che i filtri non siano gli stessi per entrambe le persone, (in realtà credo che non ci siano due mappe del mondo identiche, ma piuttosto che possano essere più o meno sovrapponibili l'una all'altra), la nostra emozione, che viene condivisa con l'altro, potrebbe non essere compresa appieno, o magari non essere compresa affatto.

Non è questo che conta in realtà. Come dicevo, a mio avviso esplicitare un'emozione e condividerla sono due cose completamente diverse. Quando tra due persone ci si capisce perché si hanno mappe del mondo del tutto simili, seppur non identiche, la condivisione anche silenziosa del sé più profondo è quasi una naturale conseguenza dell'esplicitazione delle emozioni.

La parte fondamentale però è quella che viene prima. L'esplicitazione, appunto. Vale a dire quel processo mediante il quale un'emozione riguardo qualcosa o qualcuno, o una situazione, o un comportamento nostro, o altrui, inizia a generare in noi dei cambiamenti fisiologici, degli stati d'animo. A volte questi cambiamenti sono evidenti, a volte passano sottobanco, ma ci sono. Allora se è facile riconoscere immediatamente sensazioni quando si manifestano palesemente, è più difficile riconoscerle quando i sintomi passano inosservati.

Talvolta accade che in certe situazioni senza volerlo nascondiamo un nostro stato d'animo perché non diamo importanza a quello che ci sta accadendo in quel momento. "Ce la facciamo passare", perché massì, tanto è una cosa da nulla. In quel momento stiamo nascondendo un'emozione, non la stiamo esplicitando.

Il fatto è che quelle emozioni che non esplicitiamo in qualche modo, rimangono latenti, ma continuano a lavorare. Scavano, e logorano lo spirito, avvelenandolo, come un lombrico che si fa strada nel terreno a piccoli morsi. Accorgersi della presenza di un'emozione, notarla, osservarla, osservare la nostra reazione, osservare noi stessi, farci delle domande su come ci sentiamo in quel momento, sul perché proviamo una certa sensazione, positiva o negativa che sia, osservare la situazione dall'esterno, ci aiuta a rendere quell'emozione viva e tangibile, riconoscibile, e a imparare di più di noi stessi. ci aiuta ad entrare in contatto con la nostra dimensione spirituale, con Dio (sia ben inteso, non necessariamente il Dio cristiano, ma l'essenza più vera e pura di sé stessi, quella che nel silenzio parla a gran voce).

Ma è necessario uno sforzo ulteriore. Osservare non è sufficiente. Finché la osservi, rimane comunque qualcosa di intangibile, e molto facilmente effimero. Per rendere completa la genesi di quell'emozione serve il grande potere della creazione, uno sforzo creativo che porti quell'entità astratta, quell'idea nel mondo materiale. Un grido, una risata, uno scatto furioso, un gesto istintivo, tutti mezzi per lo più incontrollabili di portare le emozioni dal mondo delle idee al mondo delle cose.

L'etimologia stessa del termine EMOZIONE, deriva dal latino emovère, (ex =fuori + movere= muovere, portare), quindi portare fuori, all'esterno di noi. Renderla concreta facendo qualcosa, mettere il Pensiero, e in questo caso le Emozioni in Azione.

Ma... non sempre l'esplicitazione istintiva è funzionale, anzi a volte può generare conseguenze deleterie nel nostro rapporto con gli altri, se si tratta di emozioni negative. Questo accade quando per troppo tempo l'emozione viene nascosta, prima di tutto a noi stessi, nel tentativo di non sentirne più i sintomi, di cui magari ci vergogniamo, o che abbiamo paura (altra emozione magari a sua volta nascosta) possano ledere il nostro rapporto con gli altri.

Qual'è allora la soluzione? A mio avviso ci sono delle cose che possiamo fare per evitare che questi effetti negativi si verifichino, e che scatenino un effetto domino che poi non possiamo più controllare. Il mezzo migliore per esplicitare le emozioni dipende da noi. Non importa in realtà cosa facciamo per trasformare un'emozione in qualcosa che vive e cammina nel mondo. Alcuni lo fanno dipingendo, alcuni lo fanno cantando, altri compongono canzoni, altri ancora picchiano un sacco da boxe, o sollevano pesi, fanno sport.. io scrivo. E suono la batteria.

A volte mi stupisco di quanto può essere rigenerante esplicitare le emozioni, anche semplicemente mettendole nero su bianco. Scrivere, come anche suonare, o ascoltare musica e lasciarla fluire attraverso di me, ha un potere curativo quasi mistico.

E da quando ho smesso di fare queste due cose, ho perso il contatto con le mie emozioni, e quindi il contatto con il mio Io autentico.

Questo in cosa si è tradotto? Quando, qualche giorno fa mi sono trovato a rileggere ciò che scrivevo prima di perdere il contatto con me stesso, tutte le emozioni si sono condensate in un pianto di gratitudine e di disperazione, in uno sfogo di tutte le mie peggiori paure e di tutte le mie più luminose gioie. Un fiume in piena che si è riversato sul mio viso, tutto in una volta.

Cosa sarebbe accaduto se avessi continuato a celare tutto quello che sono? Non lo so. Nulla di buono probabilmente. Spesso mi sono trovato a fare pensieri legati all'annichilimento di quell'entità spirituale che alberga nel tempio e nell'esoscheletro che è il mio corpo. Cosa succederebbe se la materia e l'antimateria si incontrassero? Se arrivasse il vuoto?

In realtà il concept di questo post doveva riguardare il linguaggio che usiamo per esprimere le emozioni, e doveva essere la naturale continuazione di quello di ieri. Non ho detto nulla di quello che avevo in mente ieri, tanto che sono costretto a cambiare il titolo,  ma sono contento di questa imprevedibilità che guida i miei pensieri in questo momento. A volte amo questa sensazione di vagare senza meta, lasciandomi portare dal vento attraverso le note del silenzio, e comporre un mosaico di idee attraverso mattoncini presi qua e là, come viene.

In fin dei conti è come puntare il navigatore... c'è sempre un'occasione, lungo la strada, per ricalcolare il percorso, e seguire sentieri inaspettati. Potrebbe essere l'occasione per conoscere qualcosa di più di noi stessi.

giovedì 5 luglio 2018

Riflessioni intorno al cambiamento e all'autentico sé

Cercavo l'ispirazione per buttare giù qualche pensiero, come ho deciso di fare, come mi sono PROMESSO di fare d'ora in avanti. Dopo l'Epifania che ho vissuto lunedì nel mio "Ritorno al Futuro", nell'incontro con una parte di me, che per questi cinque anni avevo seppellito, ho capito che riaprire le porte del mio cuore al mondo, rompere quelle barriere che avevo alzato con il mondo intero sarebbe stata l'unica via che mi avrebbe salvato dall'oblio.

Da molto tempo, infatti non riuscivo più a stare con le persone. La presenza di altri non mi appagava, non riuscivo a godere degli attimi trascorsi con qualcun altro, se non con due, tre persone con cui ho un legame emotivo così stretto da non poter fingere un sorriso.

Ho appena terminato una telefonata, con l'angelo che mi accompagna da quando ho scritto le primissime righe di questa mia storia in divenire. E questa telefonata mi ha dato l'ispirazione per riflettere su alcune cose in particolare. 

1. Il cambiamento
2. L'importanza del linguaggio e dell'espressione del sé nella parola, indipendentemente dal mezzo di comunicazione.

Oggi voglio riflettere in particolare sul cambiamento, che è stato un po' anche quella cosa che ha dato il via a questo viaggio tra le parole.

In questi ultimi anni mi sono avvicinato molto alla filosofia buddista, nella quale uno dei concetti chiave è la cosiddetta "impermanenza". Anche un giardino, per quanto al nostro occhio disattento possa sembrare sempre lo stesso, evolve, cambia in ogni secondo, gradualmente. Così sono le persone. A volte non abbiamo la percezione della direzione che stiamo prendendo, perché i cambiamenti, le rivoluzioni, si costruiscono a piccoli passi. Una stella nasce da tanti minuscoli frammenti di polvere cosmica. 

E questo vale per le rivoluzioni che ci portano verso la luce, ed anche per quelle che ci conducono nel buio più profondo. Non ci rendiamo conto che quello che facciamo o non facciamo OGNI GIORNO, i gesti, i comportamenti che adottiamo, le parole che usiamo e quelle che non pronunciamo, tutti questi piccoli frammenti di polvere che non vediamo, generano abitudini. 

Riporto una citazione letta per caso, di cui non ho certezza relativamente alla fonte, attribuita a Horace Mann, educatore e politico statunitense, ma che mi piace indipendentemente dalla sua origine. "Le abitudini sono come una fune. Ne intrecciamo un trefolo ogni giorno e ben presto non riusciamo più a spezzarla". Il problema è che non sempre ti rendi conto di cosa intrecci, e verso cosa questa fune ti sta tirando.

Quando si dice di una persona "non sei più lo stesso", non sei più come prima, il motivo, sempre secondo la filosofia buddista, è che il nostro occhio vede attraverso il filtro della nostra anima, delle nostre aspettative, aspirazioni, per questo la realtà secondo il buddismo non è mai oggettiva. ci formiamo delle aspettative sull'altro, abbiamo delle speranze che una persona resti sempre come la conosciamo, ma non sempre questo si verifica. 

Come nel mio caso la vita ti può portare, delusione dopo delusione, a non aver fiducia degli altri, ad aver paura del giudizio, a non voler condividere o esprimere più nulla di te. a chiuderti nel tuo mondo o in una stanza di 30 mq che chiami "ufficio", ma diventa un rifugio dalle tue paure, che poi paradossalmente ritrovi anche li. Solo che in quella stanza poi non hai nessuno che ti salva quando vorresti scappare e andartene. Sei solo. 

Personalmente mi sono sempre sentito un po' come il Dr. Shephard nella serie LOST. Uno straniero in terra straniera, colui che "cammina in mezzo a noi ma non è uno di noi". Ho sempre accettato la mia diversità, e a tratti ne sono stato felice, e tuttora ne sono felice. Non sono una persona che ama le liturgie sociali del nostro tempo, i regali di natale, come gli auguri, in sé e per sé non mi fanno né caldo ne freddo. Festeggio il mio compleanno per gli altri, non per me, perchè non vedo il senso di festeggiare un cambio di età che è misurato solo dalle convenzioni e suddivisioni temporali create dall'uomo, come il calendario. E mi sta bene così. 

Da quando però ho iniziato a perdere fiducia nel mondo e in me stesso, questa "anti-conformità" si è trasformata in alienazione, ed il mio ufficio, il mio lavoro, il mio smartphone, sono diventati la mia gabbia. 

La mia fortuna è stata LEI. la musa che ha fin dal principio soffiato ossigeno sulla mia fiamma reazionaria, e rivoluzionaria, lei ha tenuto viva in me quella fiammella che non faceva più luce. 

Il cambiamento non è giusto o sbagliato. E' normale. A volte è necessario alla sopravvivenza e si chiama adattamento. Modificare delle abitudini per evolvere è utile. Prendere abitudini e comportamenti che ti chiudono al mondo non può far altro che condurti in quella direzione e portarti all'autodistruzione.

Ma cos'è il cambiamento? Chi siamo noi? Siamo semplicemente la somma di abitudini e comportamenti o c'è una radice profonda di noi che ci accompagna sempre? Ad oggi posso dire di aver capito una cosa. Credo che in noi ci sia un'essenza profonda che è immutabile e multiforme. Credo che l'uomo come i serpenti cambi pelle, ma che quella pelle sia solo uno strato di quello che in un dato momento della tua vita hai messo in risalto per sopravvivere nel mondo. E nel momento in cui senti il bisogno di evolvere lasci quella pelle attaccata al primo ramo che incontri, e in quel momento passato debba rimanere relegata. Magari un giorno, nei tuoi ricordi, ripasserai vicino a quel ramo, e vedrai degli stracci di pelle. non vergognarti di quello che vedi, e non essere nemmeno felice. oggi hai la pelle che hai, ma il tuo io profondo sei sempre tu.

Io il mio io l'ho riscoperto tra le lacrime e le parole di questo blog da tempo dimenticato. Il mio IO autentico è con me e non mi abbandona. Ed è tempo che una "nuova-vecchia" pelle di emozioni, pensieri profondi, stupore e meraviglia del mondo e desiderio di rinnovamento ritorni a coprire il mio multiforme spirito.

E' tempo di lasciare la vecchia pelle sul ramo più vicino.